Ravenna Erotica – Racconti del Borgo

di Claudio Nanni

SERA D’AUTUNNO

di Paola Fantinelli

Galeotta, una sera di fine estate. Una cena di addio tra amiche che da tempo hanno il rituale dei saluti attorno ad un tavolo con i tanti affetti di una vita. Come al solito eravamo in tanti, amici nuovi e amici vecchi. Quella sera che piacere, ritrovare davanti a me una persona cara che da tempo non vedevo, ma con la quale avevo condiviso momenti molto piacevoli e soprattutto la crescita dei nostri figli, e che  il corso della vita ci ha divise e portate ad avere vite molto distanti.

Affianco a Teresa, il marito e un amico: una piacevole chiacchierata del resoconto degli ultimi  mesi, i progetti per il futuro, e lui, lì in ascolto, con quello sguardo  rassicurante, ma con gli angoli della bocca che fanno pensare ad una certa amarezza, o forse ad una tristezza – ogni volta che  alzava lo sguardo il sorriso, negli occhi, illuminavano il suo volto. 

Non so bene a che punto della serata, ma le nostre voci hanno preso corpo e sono diventate sole, in mezzo a quella piccola folla di amici e conoscenti. Devo essere sincera: nelle presentazioni non avevo neanche memorizzato il suo nome, che però mi era suonato non comune. 

Non era importante, la sola cosa che importava era sentirci parlare; devo avere raccontato, come al solito, una mezza vita in pochi attimi e, sicuramente, catalizzato la sua attenzione.

Lui calmo, tranquillo, come se il suo solo scopo fosse ascoltarmi e guardarmi con quello sguardo così pieno di sicurezza, ma dove non trovai nessun interesse particolare, tranne, forse, la voglia di approfondire una conoscenza per i tanti argomenti toccati.

Ho pensato che avevo davanti un uomo forte, un uomo che dava sicurezza ma anche un grande pericolo.

Come tutte le cene anche quella ha avuto fine, e, tra saluti e promesse di sentirci presto, soprattutto attraverso l’email, visto che tutti noi restiamo in contatto con quello strumento diabolico che è il computer. Tra  i tanti indirizzi anche il suo.

Il vortice della mia vita si ferma raramente, e, chissà per quale motivo, sono sempre coinvolta in  situazioni caotiche e  frenetiche, e sembra che non ne possa fare a meno….

…ma ti racconterò una storia     ……. si, pura fantasia…

…ma leggermente erotica….

Era una serata di settembre. Sai, una delle prime sere con nebbia, un umidità che ti fa appiccicare tutto addosso. Ero in quella casa sulla riva del fiume. C’ero arrivata dopo tante incertezze.

Lì, con lui, un perfetto sconosciuto, almeno così, per l’intimità…….che avevamo pensato di creare.  Leggermente titubanti, impacciati, non una grande passione, a prima vista, ma una storia iniziata per curiosità. Lui, un tipo interessante, uno con un fascino discreto, due occhi bellissimi, di quelli che se sei innamorata ti ci perdi dentro. Mi aveva intrigata per mesi, stuzzicata, emozionata, provocata, sfidata,  roba …. che ti fa venire il mal di pancia, di quelli da ragazzina al primo appuntamento.  E finalmente il primo appuntamento: serio, da soli, in questa casa, per me estranea, per lui…..il suo regno; io impacciata, senza sapere come comportarmi, arrossendo per ogni suo gesto, seduti sul divano, distanti….. quel  tanto da sembrare formali, tipo un invito per un the. E poi un gesto, una carezza, e poi niente, non scocca nessuna scintilla. E pensare che per me erano mesi che avevo il mal di pancia – fantasticavo, con il pensiero, a questo fatidico momento: dentro mi sentivo una bomba….

Fuori, la casta signora che sta per fare un passo, un passo nel regno del tradimento, ma un tradimento studiato, quasi a tavolino, con l’analisi dei pro e dei contro, incluso lui. Sarà la persona giusta?? Ma tutto questo perché?: per il piacere di sentirsi desiderata. ……e ancora niente, seduti sul divano come due conoscenti che chiacchierano del più e del meno, e poi così, per caso……… Come tutte le volte che mi sento fuori di pelle o in tensione mi tolgo le scarpe…. Le lascio letteralmente cadere a terra, con un piccolo tonfo….. e quasi per avere la certezza che lì c’ero io, che ero viva, che non era un sogno, che in quel momento pensavo tra me e me neanche  troppo bello, niente di emozionante, niente di quello che mi aspettavo da un incontro clandestino. E lui, come  ispirato da quei due piedi, si era messo a terra, sul tappeto, davanti a me… e, guarda un po’, come per incanto, il mio corpo si è distaccato da quelle due penisole che chiamiamo piedi, e che ho sempre pensato come una parte sensibile, utile, tozzi (ho fatto danza), neanche molto belli, ma che in quel momento sembravano magici. Lui li prende tra le sue mani, che sensazione….. mani fresche ma allo stesso tempo calde, e, contrariamente all’aria impregnata di umidità, asciutte. Lui mi sta massaggiando i piedi, una parte così intima del proprio corpo, che si “nasconde” sempre dentro le scarpe. Poi lui mi guardò negli occhi, con una richiesta… alla quale non sapevo rispondere, perché per me era nuova. Piano piano sta portando i miei piedi alla sua bocca: prima, con delicatezza, lecca il mio alluce. Al primo contatto reagisco, quasi come se mi fossi scottata – era una sensazione fortissima, erotica, eccitante, e, nello stesso tempo, non mi sono mai sentita così nuda, indifesa,  anche se l’unica cosa che mi ero tolta, in fondo, erano solo …le scarpe! Lui, nel frattempo, continua, aspettando che mi abituassi al suo tatto nel leccarmi prima gli alluci, e poi tutte le dita dei piedi a turno, senza mai staccare la sua lingua, umida ma non appiccicosa, solo fresca. Le sensazioni che mi salivano al cervello sono passate attraverso tutto il mio corpo, toccando le parti più intime della mia sensualità. E poi si ha il coraggio di dire “ma sono solo piedi… servono a ballare a camminare…..  a portarci  a spasso…!” Che poveri che sono, quelli che ne fanno solo quel tipo d’uso.

UNO SGUARDO

Questa mattina mi sono alzata molto presto, e ho potato le rose sfiorite, non come in quel quadro di Rembrandt  che magari immaginiamo.

Sono andata con il mio carretto lungo la carraia. C’era l’odore frizzante della mattina ancora fresca, così come l’odore della camomilla che stava prendendo calore; nel fosso, una macchia viola di malva.

Ti ho pensato molto intensamente, e avrei voluto fotografare tutto, o magari farti vedere con i miei occhi. Avevo dietro anche i miei due cani, ed ero ancora in camicia da notte. Sono passata davanti al melograno in fiori e ho subito pensato al suo caldo frutto così pieno di sfaccettature e di infranti, un poco come la nostra storia. Poi,  i fiori di tiglio e il loro profumo hanno riportato a me il sapore che assumono alcuni vini rossi, e, guardando le piante dei fichi carichi dei sui frutti ancora acerbi, ho pensato, invece, al loro dolce sapore.

Insomma, eri lì con me, ed avrei  sicuramente potuto toccarti e farti  inebriare di questa bella mattinata.

E si è fatta sera. Avevo il rimorso di non avere trovato due minuti per rispondere alle tue coquilles Saint-Jacques, ma lo sai che amo dedicarti tutta la mia attenzione. E poi questa cena improvvisata… I bambini sono partiti per la colonia alle 12.00 e siamo rimasti solo noi, con poco da dirci, anzi, quasi niente tranne che magari litigare, anche se io, da tempo, non ne ho più voglia.

Ho scelto il vestito per uscire più in funzione dell’aria fresca che di altro, ma quella collana è molto particolare, per me. L’ho comperata quando avevo vent’anni, e nel tempo ha passato la sua vita tra il cassetto, una scatola  per guanti piena di monili, ed il mio collo a stagioni alterne.

Il ristorante si trova a 200 metri da casa mia, ed andiamo lì regolarmente.

Ho alzato gli occhi e ti ho visto, ma sono sincera: in un primo momento ho pensato a un dejà vu. Sapevo chi eri, ma  il comando, alla testa, faceva fatica ad arrivare. E poi ti ho riguardato e ho avuto la certezza che eri tu – ero tutta scombussolata, non sapevo se correrti dietro o stare lì. Non ho resistito, sono uscita con la speranza che forse mi aspettavi, ma credo di aver visto solo i fanali della tua auto che si allontanava.

E poi la certezza: eri tu.

Ma non può essere così, il nostro incontro; è sicuramente carino, come dici tu, ma anche frustrante!  Anni di attesa, solo poi per vederti uscire con i tuoi pantaloni di tela, la camicia bianca, i mocassini e lo zaino.

Alan, il proprietario, mi dice che ha mangiato una pizza più melone e prosciutto.

E tu, invece, mi avevi detto una pizza salata più melone e prosciutto….!

Non posso permettere che le nostre vite si incrocino solo così.

UN BACIO

Un bacio è una rosa indefinita: emozioni, sensazioni che si ricevono e si trasmettono.

Il primo è sempre timido ed esplorativo, indagatore, di conferma, e poi………..

Quando due labbra si incontrano è come mangiare. Tutti i sensi sono all’erta. Il tatto, l’olfatto, la vista, il gusto; il meno coinvolto rimane l’udito, ma, siccome si è in attesa, lui sente.

Le labbra, le mie, sono piccole e ben disegnate, carnose e del colore della salute; le avvicino alle tue, che non conosco, per un bacio!

L’aspettativa è sempre una componente importante… come saranno? Morbide, rigide, fresche, calde, umide, asciutte, non lo so, ma… le mie saranno, per questo bacio, morbide, fresche, docili,  e si poggeranno sulla tua bocca, esplorativamente – vorrò conoscere quelle labbra, posando le mie sopra, piano, dolcemente, per poi assaggiare con tutti i sensi dilatati all’ascolto; sarà prima un bacio  di labbra, poi, dolcemente, aprirò la bocca e assaggerò la tua, e senza fretta, avrò tutto il tempo, dopo, di diventare impaziente ed esigente; ora devo solo conoscere questo bacio, dolce, senza  richieste immediate, tranne quella del sapere, del puro piacere di presentarci.

A questo punto di solito scrivo:  Bacio… ma che bacio!!!

Si, perché prima era conoscenza, ma anche perché baciare è il massimo dell’erotismo. Baciare è……. I baci, soprattutto i primi baci, quando due bocche si cercano, si toccano, si assaggiano, timidamente si avvicinano, si fondono, si scoprono, desiderano essere avvicinate, scoperte, eccitate, quell’assaggiarsi reciprocamente, unire i sapori in un momento dove le papille gustative sono inibite, dove l’olfatto è tramortito… Miscelare qui sapori, staccarsi per ricominciare subito, per ritrovare quella nuova, profonda, emozionante, inebriante intimità… in fondo, è mischiare due umori personali, preludio ad altri…umori…. Sono i primi baci.

Non posso scrivere altro che: un bacio.

TEMPESTA A VENEZIA

Sul mio tavolo, davanti allo schermo: una delle mie amate palle di vetro con la neve. Sai, quelle bocce di una volta, che sono tornate di moda negli ultimi tempi. E’ da un po’ che le colleziono, ma le scelgo attentamente, rigorosamente di vetro, devono essere, e l’altro  elemento deve essere la neve. Una neve soffice, fine, piccola, che quando cade galleggia nell’acqua tanto quanto fluttuerebbe nell’aria, che turbina per la forza con la quale giro la palla, e che scende prima con impeto, a causa della forza di gravità, e, allo stesso tempo, con quell’eleganza cullata dal movimento dell’acqua, per poi posarsi, con delicatezza, sullo scoglio del faro, in questo caso. In questa c’è un poco della giornata di oggi. Un faro con un pezzetto di roccia, cosa ci sarà mai, come analogia, ad un ponte e dei canali? E’ vero, ma un elemento c’è : l’acqua  e il senso di benessere che mi hai lasciato. La profondità dell’azzurro o verde dei tuoi occhi (difficile decidere un colore), il modo languido e interrogativo con il quale mi guardavi, quella forma di timidezza o incertezza, come se tu stessi valutando se valicare o no quella  zona dove, come nel paesaggio dentro la boccia di vetro, il faro sia un’ancora di salvezza durante la tempesta in corso. Non abbiamo l’età per una tempesta ormonale, ma credo che il nostro tipo di evento atmosferico sia legato, più che al tempo,  ad un sogno, ad una visione. Ad una utopia.

Un evento collegato proprio a quelle tempeste che hanno attraversato la nostra vita: la tua, che  vendi per una vita ormai ordinata e abitudinaria; la mia, frenetica  ma disciplinata, e sempre alla ricerca, e di cosa?… Forse solo di sentire che posso ancora affrontare tempeste.

E allora ogni tanto giro la palla di vetro, e guardo la neve cadere con armonia mentre ricopre, con il suo manto, il faro, e tutto quello che gli sta attorno. E, come per incanto o magia, il bianco rende tutto molto piatto e neutro, e mi torna la voglia di girare ancora quella palla, e di scoprire il paesaggio, per poi tornare a seppellirlo sotto quella colte. Un poco come sto facendo con le mie emozioni.

Caro, a volte mi viene da cambiare quel “caro” con un’altra parola, poi penso io stia esagerando, che stia divagando o fantasticando, sebbene, effettivamente, di fantastico volevo farti leggere quello che ho scritto al mio amico di sempre, dunque  ora farò un copia incolla sotto questo: 

Caro amico, ancora una volta ti scrivo i miei pensieri. Una parola detta mi ha proiettato ad altre e….. Mi hanno chiesto cosa avevo fatto, visto che sembravo triste, me l’ha chiesto la solita impicciona della Giò, che, parlandogli del mio stato d’animo, mi ha  chiesto se fossi innamorata ed io gli ho risposto: “No, solo sedotta.”

Dalla seduzione all’amore le vie sono brevi, e poi anche cosa è l’amore. Forse questo tipo di seduzione più che all’amore porta all’innamoramento, quello perenne, che lascia l’animo giovane, giocherellone,  e che può portare anche altrove, dove lo dovrò scoprire, se ci arrivo. Perché, la seduzione, la si cerca, anche se forse tu hai una tua spiegazione – io non la cerco, ancora, e comunque questo stato mi piace. 

Preparavo la cena, rispondevo ai bambini, con le lacrime agli occhi, giustificate da un raffreddore fasullo… E perché le lacrime agli occhi?… Per un gioco di seduzione andato oltre, non so… so solo che avevo fatto sogni, e, per un’altra volta, li dovevo mettere in panchina. Dico bene: “in panchina”, perchè non mi arrendo.

Sai, quei giochi da seduttore….  Detto tra me e te, io, da settimane, gioco con un uomo (il tizio di Torino) al sottile “gioco dell’intrigo”, un gioco intelligente, sottile, fine, raffinato, fatto di colori, profumi, oli essenziali, candele, chicchi di uva rossa, miele, una bottiglia di vino rosso (un Bourgogne)…  bollicine che a volte sono baci, a volte no, a volte sentimenti – bollicine che frizzano, che volano, che scoppiano…. Un nastro…un perizoma… una gonna, un treno, un aereo. Costruire assieme una storia da portare a termine. E poi i profumi che si sentono, e trovarsi  in un negozio a comperare biscotti e girare nel reparto-candele per sceglierne una. Andare in Erboristeria  a comperare un olio nuovo e sentirne il profumo, per poi associare mentalmente il profumo alla persona, persona che non conosco, che non so nemmeno di cosa odori, ma che nel mio inconscio  ha mille odori. Trovarsi per città e andare alla stazione a guardare l’orario ferroviario per vedere quando partono i treni per quella direzione. Che bello……..seduzione pura. Una telefonata rubata  solo per dirgli come sono vestita, magari con la tuta e gli orecchini di brillanti, oppure che indosso  chissà quale biancheria…… No, un semplice reggiseno color panna in microfibra, ma che sulla mia pelle ambrata risalta come se fosse un capo d’alta moda, o magari lo faccio sembrare tale, e lui, penso, con la sua fantasia lo trova eccitante almeno a ciò che sento io.

E poi oggi, la telefonata fatta con la mamma. Questa intimità che rasenta un che di “Ti presento i miei”: e la notizia che ancora una volta non ci vedremo, un contrattempo ed io che mi sono costruita un castello per uscire ed essere sedotta.

Chissà se ce la farò… Intanto lasciami sognare.

Non credi che tutto questo faccia bene??? 

E poi, il bello della chat è che alle parole scritte, e solo scritte, noi diamo un’inflessione, una cadenza, un timbro, più che un altro.

Vedi, come si fa ad  avere le lacrime agli occhi…?  E per cosa?… Per un gioco di seduzione?….  Mi sono fatta così tanto coinvolgere che alla fine ci avevo creduto che avrei preso quel treno. Poi mi sono svegliata in cucina con l’oro del capitano per i bambini, la padella in mano e… la bollicina era scoppiata, per fortuna sono molto veloce a rimettermi in piedi; mi sono poi soffiata il naso ed ho messo in tavola: bastoncini, purè di patate, insalatina e maionese.

I bambini erano felici, la cena perfetta. Ad un certo punto il mio figlio più piccolo mi ha chiesto:   “Mamma, come va il raffreddore??” – ed io:  “Ora che vi ho tutti intorno al tavolo sto molto meglio.